Derivati austeniani: le scelte delle case editrici italiane

Derivati austeniani: le scelte delle case editrici italiane

L’articolo originale è apparso sulla rivista di Jane Austen Society of Italy “Due pollici d’avorio”, numero 12 (2020), pagg. 18-31. Per richiedere l’intero numero, scrivere a info@jasit.it.

È una verità universalmente riconosciuta che qualsiasi appassionato di Jane Austen si sia fatto tentare almeno una volta a leggere uno dei cosiddetti derivati austeniani, per potersi ritrovare in compagnia dei personaggi creati da lei, in un sequel o un retelling [1], o di Jane Austen medesima, in una biografia romanzata più o meno attendibile, perché spesso basata su diari e lettere inventati dall’autore.

È altrettanto vero che di derivati austeniani ne esistano ormai migliaia, e che ne vengano sfornati di nuovi ogni giorno, spesso auto-pubblicati, per cui le case editrici italiane, che devono pagare dei diritti di traduzione, preferiscono selezionare solo i prodotti più validi, magari quelli che hanno alle spalle delle case editrici importanti e un piccolo successo di vendite in lingua originale.

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Dopo la parola fine: l’eredità di Jane Austen nei sequel

L’articolo originale è apparso sulla rivista di Jane Austen Society of Italy “Due pollici d’avorio”, numero 8 (giugno 2017), pagg. 46-54. Per richiedere l’intero numero, scrivere a info@jasit.it.

«Che altre penne si soffermino su colpe e miserie. Io abbandono questi odiosi argomenti non appena posso, impaziente di riportare tutti quelli non troppo colpevoli a un tollerabile grado di benessere, e di farla finita con tutto il resto»[1].

Quando Jane Austen aprì l’ultimo capitolo di Mansfield Park con questa dichiarazione, intendeva dire di non avere alcuna intenzione di continuare a parlare di eventi che non fossero lieti; di sicuro le altre penne si sarebbero dovute soffermare su colpe e miserie in altri romanzi, non certo nei suoi. Non sapeva di aver dato in questo modo quasi un’autorizzazione a immaginare – e arrivare persino a scrivere – un prosieguo alle sue storie.

Perché è un dato di fatto che chiunque la ammiri, senta di avere un legame stretto con i suoi personaggi. Come dice il critico letterario Bill Deresiewicz,

«Jane Austen ha un’insuperabile capacità di farci sentire di conoscere i suoi personaggi proprio come conosciamo le persone che fanno parte della nostra vita. Sono nostri amici; non c’è da meravigliarsi, dunque, se vogliamo continuare a spettegolare su di loro»[2].

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