Jane Austen e il matrimonio

Romina Angelici continua i suoi viaggi tematici nelle lettere e nelle opere di Jane Austen.

Il matrimonio: un lieto fine da romanzo ma non uno scopo di vita a tutti i costi. È a questo riguardo che si intuisce lo spirito più femminista e moderno della scrittrice.
A detta della nipote Caroline (nel suo Memoir), raramente la zia esprimeva un’opinione, ma in una delle rare eccezioni in cui evidentemente si lascia andare per amore della nipote Fanny, Jane non esita a sostenere un’opinione precisa:

ti supplico di non impegnarti oltre, e di non pensare di accettarlo a meno che non ti piaccia davvero. Qualsiasi cosa è preferibile o più tollerabile dello sposarsi senza Affetto;
(Lettera 109, 18-20 novembre1814, a Fanny Knight)

Un’opinione già espressa sei anni prima, con parole molto simili:

Il matrimonio di Lady Sondes mi sorprende, ma non mi offende; – se il suo primo matrimonio fosse stato per affetto, o ci fosse una Figlia da crescere, non l’avrei perdonata – ma ritengo che chiunque abbia diritto almeno una volta nella vita a sposarsi per Amore, se può
(L63, 27-28 dicembre 1808)

Del resto aveva abbastanza esperienza dei legami matrimoniali più o meno riusciti e soprattutto considerava disincantata che un affetto poco convinto avrebbe resistito poco alla prova del tempo e delle difficoltà. Sapeva bene che, nella vita reale, dopo le nozze non esisteva il finale delle favole “e vissero tutti felici e contenti” e la convivenza coniugale poteva non essere affatto tutta rose e fiori. Forse pensava proprio a questo, quando scrisse l’inizio dell’ultimo capitolo di Mansfield Park:

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Fanny o il trionfo della delicatezza – di Pietro Citati

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Lo scorso 9 maggio, sulle pagine del Corriere della Sera, Pietro Citati coglie l’occasione dell’uscita della nuova edizione Einaudi di Mansfield Park per riflettere sulla protagonista di tale romanzo, Fanny Price.

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Riletture – «Mansfield Park»: ritorna per la Einaudi uno dei romanzi più potenti e autobiografici della scrittrice inglese. Dal simbolico lieto fine
Fanny o il trionfo della delicatezza
L’eroina di Jane Austen, modello vincente di una vera femminilità

Molti lettori di Jane Austen non amano Mansfield Park, di cui Einaudi pubblica oggi una nuova edizione (traduzione di Luca Lamberti, con un saggio di Roberto Bertinetti, p. 490, 12). A me pare bellissimo. Certo, è molto diverso da Giudizio e sensibilità, Orgoglio e pregiudizio, Emma, Persuasione. In primo luogo, le case abitate dai personaggi sono vaste, massicce, circondate da grandi parchi: ricchi aristocratici sostituiscono i rappresentanti della classe media; mentre l’architettura del romanzo, egualmente grave, aggrondata e massiccia e il ritmo lento e faticoso del racconto ricordano poco l’incantevole levità degli altri libri.

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Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen: una festa come nel 1813

Pubblichiamo qui la traduzione di un articolo di Lucy Wallis per BBC News (http://www.bbc.co.uk/news/magazine-22308373)

La BBC ha ricreato il ballo di Netherfield ispirandosi al classico di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio. Come sarebbe stato questo evento nella realtà?

È una verità universalmente riconosciuta che molte di noi nutrono il segreto desiderio di indossare un cappellino e danzare un reel con Mr Darcy al ballo di Netherfield. Questo evento, nel romanzo austeniano del 1813, è un punto di svolta cruciale nella storia tra Elizabeth Bennet e Mr Darcy, e rappresentava un’ambientazione familiare per i primi lettori di Austen – un ambiente in cui “fare gruppo”, socializzare e flirtare con potenziali mogli o mariti.

Gli inviti

L’eccitazione cominciava con il vedersi recapitare un invito, ma proprio come oggi, i cartoncini stampati per l’occasione, soprattutto se inviti ad un ricevimento, erano molto costosi. Gli inviti di Mr Bingley sarebbero stati stampati in grandi quantità, con spazi vuoti nei quali aggiungere a mano il nome dell’ospite, la data e l’ora del ballo. Proprio perché si trattava di eventi solo su invito, la lista degli ospiti era molto prestigiosa, afferma John Mullan, professore di Inglese al University College London ed esperto dei romanzi di Jane Austen. Chiunque nel vicinato potesse permettersi di acquistare un biglietto poteva avere accesso a un ballo pubblico, ma un ricevimento come il ballo di Netherfield era riservato ai ceti sociali più alti. Sarebbero stati invitati tutti gli uomini e le donne che avessero raggiunto l’età per cercare moglie o marito.

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Jane e l’arte epistolare

Sebbene Jane se ne sia discostata per precisa scelta stilistica nei suoi romanzi maggiori, la forma epistolare informava di sé sia i costumi e i modi dell’epoca, sia la vita stessa della famiglia Austen dato che era l’unico mezzo per dare notizie di sé e riceverne, prendere accordi, fare progetti. Si trattava di una vera e propria arte in cui Jane Austen può essere considerata, ancora una volta, eccellente:

Ormai ho acquisito la vera arte epistolare, che come ci hanno sempre detto, consiste nell’esprimere su carta esattamente ciò che si direbbe alla stessa persona a voce; ho chiacchierato con te quasi alla mia velocità abituale per tutta questa lettera.
(Lettera 29, 3 gennaio1801)

I have now attained the true art of letter-writing... (Ormai ho acquisito la vera arte epistolare...)
I have now attained the true art of letter-writing…
(Ormai ho acquisito la vera arte epistolare…)

Questa attività comportava il suo bel daffare perché oltre a essere un impegno quotidiano rappresentava anche un dovere da cui non ci si poteva esimere e a essa ci si dedicava quando, appena dopo colazione, si aspettava l’ora delle visite, o si approfittava di qualche momento di solitudine. Dato che vigeva un fiscalissimo regime di affrancatura, e il costo della lettera non era propriamente economico, non si sprecava nessuno spazio del foglio e, quando si poteva, si approfittava della franchigia spettante a qualche deputato locale: “Mary aveva tutta l’intenzione di scriverti con la franchigia di Mr Chute” (L25, 8-9 novembre 1800) o più frequentemente ancora si affidava a qualche visitatore di passaggio, o meglio a qualche familiare che se ne facesse latore, sebbene questo non fosse il mezzo di consegna che Jane prediligeva:

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Juvenilia austeniani

Sul numero 30 di “Fili d’aquilone” (rivista web d’immagini, idee e Poesia) trovate un articolo di Giuseppe Ierolli sugli Juvenilia austeniani.

“Nell’anno in cui ricorre il bicentenario di Orgoglio e pregiudizio (pubblicato il 28 gennaio 1813), Jane Austen è più che mai presente nella cultura letteraria, ed è ormai da lungo tempo considerata una pietra miliare nella storia del romanzo. Qui però non si parlerà del suo romanzo più famoso, né degli altri cinque cosiddetti “romanzi canonici”, ma di tre volumi manoscritti, rilegati artigianalmente dalla stessa autrice, conservati nella British Library di Londra e nella Bodleian Library di Oxford. Si tratta di quelli che sono attualmente conosciuti come “Juvenilia”, una serie di brani di varia natura le cui date di composizione vanno all’incirca dal 1787 al 1793, ovvero dai dodici ai diciotto anni di Jane Austen (1775-1817), che furono pubblicati per la prima volta nel 1922 (vol II), 1933 (vol. I) e 1951 (vol. III).”

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Cittadini del mondo: visioni contemporanee dei personaggi di Jane Austen

La critica letteraria contemporanea ha spesso affrontato le storie di Jane Austen da un punto di vista “esterno” rispetto allo svolgimento specifico della narrazione, ai personaggi e alla socialità, che secondo la tradizione sono i punti di forza delle sue opere. Recentemente, uno dei principali argomenti di studio è stato quello della rappresentazione, certo celata e indiretta, dei rapporti tra culture diverse, che ad uno sguardo attento riesce ad emergere tra le fitte maglie delle trame austeniane.

L’esempio più eclatante di questa rappresentazione è senz’altro Mansfield Park, un libro che si distanzia considerevolmente, sia per i contenuti che per lo stile, dagli altri cinque romanzi canonici. I toni di Mansfield Park sono infatti meno brillanti, la caratteristica dell’ironia è quasi del tutto assente, e la protagonista, Fanny Price, è un personaggio che con la sua malinconia e i suoi lunghi silenzi risulta molto diversa dalla briosa Lizzy Bennet o dall’elegante Emma. Mansfield Park è una storia ricca di ombre, in cui le figure dei villain (entrambi i fratelli Crawford possono essere considerati tali) sono meno definite, più ambigue, più sottili e forse ancora più pericolose dei vari Willoughby, Wickham e Thorpe. Ma l’aspetto più particolare di questo romanzo è il fatto che qui Austen – consapevolmente o no – pone all’attenzione del lettore degli inquietanti interrogativi sulle origini delle ricchezze della famiglia che è oggetto del racconto. Siamo informati del fatto che Sir Thomas Bertram conta su una rendita cospicua, e che per quanto parte di essa sia il risultato dell’attività agricola sui terreni di Mansfield, la sua porzione più consistente dipende dallo sfruttamento di piantagioni a canna da zucchero nella lontana Antigua.

La recente critica postcoloniale ha trattato estesamente la questione dell’imperialismo espressa non esplicitamente, ma facilmente intuibile, in Mansfield Park: trattano l’argomento, ad esempio, Culture and Imperialism (“Cultura e imperialismo”) di Edward W. Said, e il suo saggio “Jane Austen and Empire” (“Jane Austen e l’impero”), ripreso da Susan Fraiman in “Jane Austen and Edward Said: Gender, Culture and Imperialism” (“Jane Austen ed Edward Said: genere, cultura e imperialismo”); A Reading of Mansfield Park (“Una lettura di Mansfield Park”) di Avrom Fleishman; “‘That Abominable Traffic’: Mansfield Park and the Dynamics of Slavery” (“‘Quel traffico abominevole’: Mansfield Park e le dinamiche della schiavitù”) di Joseph Lew; “The Shadow behind the Country House: West Indian Slavery and Female Virtue in Mansfield Park” (“L’ombra dietro la dimora di campagna: la schiavitù nelle indie occidentali e la virtù femminile in Mansfield Park”) di Maaja Stewart; “Domestic Retrenchment and Imperial Expansion: The Property Plots of Mansfield Park” (“Chiusura domestica ed espansione imperialista: i temi della proprietà in Mansfield Park”) di Clara Tuite; “Decolonising Mansfield Park” (“Decolonizzare Mansfield Park”) di John Wiltshire.

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