Sono solo storie

E per concludere in bellezza il nostro “convegno virtuale” ecco Sono solo storie di Micaela Barbuni, una lettrice “forte” che solo di recente si è appassionata alle opere e alle vicende austeniane. Ringraziamo ancora una volta tutti i lettori / scrittori che hanno voluto partecipare al primo Speakers’ Corner di JASIT!

Mi sono avvicinata al mondo di Jane solo sulla soglia dei 40 anni e solo “invitata” con discrezione e tatto da un’estimatrice ed amica sua. Fino a quel momento le storie inventate da Jane mi apparivano distanti, incolori, pallide e prive di sostanza; ancorate agli orpelli e alle descrizioni degli ambienti, ai lunghi colloqui, educati, calibrati, prolissi e grammaticalmente troppo corretti.

Ho voluto quindi conoscere chi ha dato forma a quei personaggi per me così noiosi. Come si poteva, mi chiedevo, appassionarsi a queste donnette preoccupate solo di trovar marito prima dei 27 anni, attente a come muoversi, a come atteggiarsi, prive di un lavoro, prive di interessi concreti, desiderose solo di essere mantenute da un damerino qualsiasi persino scontroso e antipatico, rigidamente inamidato in quegli orrendi abiti?!

Mi piacciono le scrittrici che raccontano le donne, e mi appassiono quando le voci femminili hanno la forza, il coraggio e la determinazione maschile. E dietro a quelle storie ho cercato di immaginare una penna decisa a trasferirvi una visione soggettiva della condizione della donna che non prescindesse però dalla vita, dalle azioni e dalle scelte dell’autrice. E solo dopo aver conosciuto Jane dalle sue lettere ho fatto pace, l’ho liberata dal superfluo e ne è apparsa quella donna così simpatica, giocosa, ironica che ha scelto la scrittura come pedina per muoversi nel giro della vita, saltando qualche casella come quella del matrimonio o dei figli, ma anche rincorrendo la fortuna dei dadi doppi con la pubblicazione dei suoi libri.

La soglia dei 40 anni ci accomuna, così pure la condizione: quella cioè di essere sufficientemente vecchie da poterci vantare della condizione di nubile, o meglio di zitella. Una scelta che avviene scartando la possibilità di sposare un uomo unicamente per non morire sole (ci sono morti peggiori!), una scelta coraggiosa, perché sposarsi senza amore o ancora peggio sposare un uomo ed amarne un altro è la peggior cosa che possa capitare.

Ma allora, cara Jane, tu che hai scelto di essere il marito di te stessa e quindi mantenerti con il lavoro, piroettando sulle scarpette da ballo da un uomo all’altro senza mai fare l’inchino a nessuno di essi e finire circondata da un quieto e sicuro abbraccio, dedita più ai fratelli che ad un possibile corteggiatore, come riesci a descrivere i tuoi personaggi femminili così dolci, perfette, grate, e “a modo” che realizzano il loro sogno apparentemente ideale che è l’unirsi ad un uomo?

C’è chi ne elogia la grandezza ritrovando nelle sue pagine la denuncia della piccola borghesia dei suoi tempi; io provo a pensare che il gusto nel leggere i suoi romanzi sia dato piuttosto dall’ironico e furbo gioco di una “zia” provocatrice e critica a cui piace sfuggire alle responsabilità di essere donna per dedicarsi a ciò che ama di più: il suo lavoro, i rapporti con gli uomini della sua vita, l’accudimento famigliare e, una volta sera, a ritirarsi in una stanza tutta per sé.

Dietro la sua lineare, e forse dura, visione della vita, non dolce, non stucchevole, come quella dei suoi personaggi, più economicamente interessata che morbidamente rivolta alla ricerca dell’uomo “giusto”; dietro quella vita che non chiede compassione e che pone in cima ai propri pensieri il principio del vero amore, sacrificando la sicurezza economica, si nasconde una persona che ha dedicato il suo tempo a scrivere storie, solo storie, con il giusto distacco, staccandole da quel foglio bianco e facendole ballare il più bello dei sogni.

Ma sono e rimangono, appunto, solo storie; attuali però, perché ne rimane l’essenza, cioè il desiderio di quelle donne di disegnare ognuna il proprio cerchio per terra e da lì emergere e far sentire la propria voce – e non necessariamente dai toni alti, può essere anche una voce silenziosa, quasi immobile, come quella della mia donna preferita: Fanny di Mansfield Park, che con un gesto afferma la sua indipendenza e dignitosamente si fa da parte aspettando che trionfi l’amore. In quei tratti, meglio che non in quelli delle più conosciute donne austeniane, posso, con un piccolo sforzo, riconoscere il velo di qualche ragazza iraniana che discretamente lotta per sposare l’uomo che ama e non quello più sicuro per lei.

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