Una passeggiata a Winchester

Roberta Zanasi ci accompagna a fare due passi, molto emozionanti, per Winchester.

Saluto i miei compagni di viaggio al pub Old Vine e passo dopo passo, mi lascio sempre più alle spalle l’andirivieni e il chiacchiericcio della High Street. Davanti a me si aprono le tipiche strade di paese inglese, con i loro piccoli giardini pieni di fiori, le ringhiere in ferro, le porte colorate, gli infissi bianchi e le finestre così pesantemente protette da occhi indiscreti. Non un’anima in giro. Se non fosse per le automobili parcheggiate ai lati della strada penserei di aver varcato un passaggio spazio temporale che mi ha riportato indietro di duecento anni. Non avrò sbagliato strada? Potevo chiedere indicazioni precise all’ufficio informazioni come mi aveva consigliato mio marito invece di volermi affidare ostinatamente alla mappa turistica presa alla stazione dei treni. Ma è mai possibile che nessuno stia andando dove vado io? O forse è stato l’acquazzone di poco fa a scoraggiare i visitatori? Accipicchia, quei dieci minuti di pioggia mi hanno risvegliato la cervicale. Mentre continuo per il percorso che dovrebbe portarmi al fatidico numero 8 di College Street faccio i miei esercizi per il collo, quelli che il mio medico mi ha consigliato di fare tutti i giorni per prevenire gli attacchi di cervicale ed emicrania, ma che puntualmente mi ricordo di fare solo quando inizio a sentire dolore. Mi annodo bene la pashmina e per associazione di idee ripenso ad un altro medico, il dott. Lyford, e alla sua illustre paziente che in passato ha sofferto, ben più di me, in questa stessa strada. Sì perché se la cattedrale è alle mie spalle e il college dietro a quell’arco in fondo alla strada di fronte a me, la direzione è quella giusta ergo, questa deve essere College Street, anche se non ho fatto caso al segnale con il nome della via. Cerco di capire che numero sia la casa che mi trovo davanti ma non lo trovo e ricordo di aver letto in Watching the English di Katie Fox dell’avversione degli inglesi a mostrare il numero di casa, quasi per proteggere il loro “castello” da eventuali intrusioni. Ora ho caldo, e il collo continua a darmi fastidio. Procedo ancora un po’ e decido di sedermi un attimo su un muretto che delimita un piccolo giardino ben tenuto di fronte a una graziosa ma desolata… casa… gialla. Seduta a bocca aperta vedo la targa metallica. La scritta slavata e sbiadita mi informa che
In this house JANE AUSTEN lived her last days and died 18 July 1817“.

Foto di Roberta Zanasi

Foto di Roberta Zanasi

Sono arrivata a destinazione. Sono seduta sul muretto del giardino del rettore del college, il Dott. Gabell, ai tempi di Jane Austen.
Le parole e le frasi di tutte quelle lettere e dei sei romanzi incominciano a ruotare come in un vortice nella mia mente. I volti, le voci, lo scroscio di quei vestiti, la musica dei balli, il rumore di un pennino intriso di inchiostro trascinato sulla carta, il gusto amarognolo del tè, il tocco del velluto e del taffetà. Quella casa evoca emozioni per tutti i miei sensi. E gli occhi mi si riempiono di lacrime quando mi si presenta davanti l’immagine di una donna stanca quasi da non stare in piedi che entra in casa appoggiata all’amata sorella. Ha più o meno la mia età e nella sua vita ha saputo sfidare la convenzioni del suo tempo non volendosi sposare per convenienza ma cercando di mantenersi con la sua scrittura. Non ha mai avuto una stanza tutta per sé in cui lavorare, ma da un tavolino poco più grande di un vassoio da tè ha dato vita a personaggi indimenticabili e si è presa gioco della società in cui viveva.
Non voglio piangere. Sono una persona adulta, con pensieri e problemi da adulta, non posso sciogliermi come un’adolescente davanti alla casa del proprio mito. Ma non ce la faccio e abbassando gli occhiali da sole che tenevo sui capelli, abbandono tutto il mio sense e cedo alla sensibility.

Foto di Roberta Zanasi

Foto di Roberta Zanasi

Tanto sono immersa in questi pensieri che non mi accorgo neppure che qualcuno, silenziosamente, mi ha raggiunto e sta guadando la casa da seduto sul muretto esattamente come me. Una turista, giapponese direi. In fretta mi asciugo la lacrima che è scivolata sotto agli occhiali. Guardo la ragazza con la coda dell’occhio, vorrei quasi dirle qualcosa. Non so chi sia ma so che condividiamo qualcosa, che nonostante le migliaia di chilometri e di anni di storia e cultura che ci dividono, stiamo provando la stessa sensazione. Anche lei ha gli occhi umidi. Chissà se, come me, sta protestando dentro di se per la trascuratezza con cui sembra tenuta questa casa, per quella targa così poco evidente, per quelle tende così serrate da non lasciare intravedere assolutamente nulla delle stanze a cui danno luce. Vorrei rivolgerle la parola, ma non so se abbia voglia di condividere quel momento con me e non voglio disturbarla. Così non faccio altro che togliermi gli occhiali da sole senza più temere che veda le mie lacrime e le rivolgo un piccolo cenno di saluto mentre passo davanti a lei per tornare alla vita reale, quella di tutti i giorni, fatta di computer, contratti, dizionari, ragazzini che sbuffano a lezione, quella dove Jane Austen è relegata ai pomeriggi piovosi o alle letture prima di addormentarmi. Lei mi guarda con un sorriso malinconico e risponde al mio cenno inclinando il busto, in un gesto tipico della sua cultura millenaria poi ricambia il mio sguardo e mi dice “Yes, I know”. Non c’è davvero nient’altro da dire.
Mentre mi allontano getto un ultimo sguardo alla finestra ad arco della casa gialla e mi immagino, dietro al vetro impolverato, una donna che in abito Regency verde scuro assiste alla scena sorridendo e ripensando orgogliosa alle piccole grandi cose che i suoi amati figlioli mandati per il mondo duecento anni prima, sono riusciti a fare.

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