Ma le eroine di Jane Austen si fanno la barba?

Continuiamo la nostra sessione dello Speakers’ Corner con un articolo del nostro Giuseppe Ierolli.

Spesso si sente dire, o si legge, che Jane Austen ha sempre scritto più o meno lo stesso romanzo: fanciulle in cerca di marito, che alla fine lo trovano e si sposano felicemente, dopo aver subito qualche piccolo contrattempo. Ma è proprio così? Ovviamente no.

Tralasciamo gli “eroi” e i personaggi più o meno secondari (importantissimi, certo, ma parlarne in un articolo di meno di mille parole sarebbe ovviamente impossibile) e facciamo un elenco delle eroine dei sei romanzi canonici: Elinor e Marianne Dashwood, Elizabeth Bennet, Catherine Morland, Fanny Price, Emma Woodhouse e Anne Elliot. Leggendo questi nomi, che cosa viene in mente, senza pensarci troppo, al lettore austeniano? Non so voi, ma io penso subito a:

Elinor e Marianne Dashwood: due sorelle, una più passionale, l’altra più razionale, che fanno insieme un percorso convergente, senza rinunciare ai propri caratteri individuali ma modellandoli in base alle loro esperienze di vita;
Elizabeth Bennet: una ragazza vivace, curiosa, intelligente, che si lascia un po’ prendere la mano dalle “prime impressioni”, ma è capace man mano di riflettere sui propri giudizi, e di cambiarli;
Catherine Morland: una ragazzina piena di vita, ingenua ma pronta a imparare dai propri errori, a capire la differenza tra realtà e finzione letteraria, senza perdere nulla della propria freschezza;
Fanny Price: una ragazza dotata di un’introversa fermezza, che le permette di passare (quasi) indenne tra le forche caudine di persone che non riescono a comprenderne il carattere, e alla fine è l’unica a uscirne vittoriosa;
Emma Woodhouse: apparentemente simile a Elizabeth Bennet, ma molto più coriacea rispetto al riconoscimento dei propri errori; via via li ammette, se ne duole, ma è un po’ come un giocatore d’azzardo che non riesce a liberarsi del suo vizio;
Anne Elliot: disillusa, in dubbio sulle scelte fatte o da fare, che però riesce a riconquistare un amore ormai dato per perso con la forza dei propri sentimenti, senza rinnegare un passato che rielabora alla luce del presente.

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Le eroine austeniane raffigurate nella collezione di francobolli dedicata all’autrice

Siamo quindi di fronte a sette eroine molto diverse l’una dall’altra, che attraversano vicende, prove, difficoltà ugualmente diverse, con reazioni, sentimenti e comportamenti legati ai propri caratteri individuali e al mondo che le circonda, un mondo che viene raccontato man mano che si va avanti nella lettura dei romanzi austeniani, e che ha, sì, un denominatore comune, ma non quello che ricordavo all’inizio (in realtà il matrimonio, o il non-matrimonio è un tema comune a praticamente tutti i romanzi dell’epoca) ma quello dell’ambientazione, di quelle “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” di cui l’autrice parla alla nipote Anna in una lettera del 1814.

Ma c’è anche un altro punto in comune, un punto che deriva dal carattere tipicamente settecentesco dei romanzi austeniani, e che può essere riassunto da una famosa frase pronunciata da Charlotte Lucas del capitolo 22 di Orgoglio e Pregiudizio: “Non sono romantica, lo sai. Non lo sono mai stata.” Potremmo definirlo come la pragmatica consapevolezza del carattere necessariamente temporaneo delle grandi passioni, degli amori ciechi che non tengono conto della dura realtà della vita. Persino Marianne, sicuramente la più “romantica” delle eroine austeniane, non può fare a meno di confrontarsi con la realtà, quando il pragmatismo di Elinor la mette alle strette nel capitolo 17 di Ragione e sentimento:

“Eppure duemila l’anno è un’entrata molto modesta”, disse Marianne. “Una famiglia non può vivere bene con un’entrata più bassa. Sono certa di non essere esagerata nelle mie esigenze. Un appropriato numero di domestici, una carrozza, forse due, e cavalli da caccia, non potrebbero essere mantenuti con meno.”

D’altronde, un autore che in questo è forse agli antipodi di Jane Austen, Lord Byron, probabilmente stanco di essere considerato uno specchio reale dei propri personaggi, scrisse in una lettera all’amico Thomas Moore del 5 luglio 1821:

Non riesco mai a far capire alla gente che la poesia è l’espressione di una passione eccitata, e che non può esistere una vita di passione, così come non è possibile un terremoto costante o una febbre eterna. E poi, chi, in uno stato simile, potrebbe farsi la barba?

Una considerazione perfettamente conclusa da quella frase finale, così pragmatica e icasticamente significativa.

Poco fa ho citato il “mondo” che Jane Austen descrive nei suoi romanzi, e sicuramente pensavo a un brano tratto dalla Letteratura inglese di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che scrive:

La Austen è uno dei pochi romanzieri che ha davvero creato un mondo; un mondo ristretto, certamente, che non ha la vastità degli universi di Balzac o di Dostoevskij, ma che può, come estensione, gareggiare con il mondo di Marcel Proust. Essa è stata una persona che ha voluto parlare soltanto di ciò che conosceva veramente bene, dell’alta borghesia inglese della fine del Settecento. Il proletariato non esiste, la nobiltà è vista solo di scorcio. Ma la sua classe la Austen la ha ritratta in modo superiore e, soprattutto, in modo assolutamente spregiudicato sotto il costante velo delle buone maniere sue di scrittrice.

È un mondo, quindi, legato strettamente alla sua epoca e alle sue esperienze di vita, che però, quasi magicamente, riesce a parlarci, a due secoli di distanza, con la stessa forza con la quale parlava ai suoi contemporanei. Un mondo che diventa quindi “universally acknowledged”, al di là dello spazio e del tempo che ci separano da quelle “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna”, nel quale le eroine dei suoi romanzi si muovono, cedendo anche talvolta alla passione eccitata ricordata da Byron, ma senza mai dimenticare di farsi la barba.

FONTI
La lettera di Lord Byron è citata nella prefazione (“Questo libro”) al volume: George Gordon Byron, Diari, a cura di Malcom Skey, traduzione di Ottavio Fatica, Theoria, Roma-Napoli, 1996, pag. 11.
Il brano di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è nel saggio Letteratura inglese (“Jane Austen”), in: Opere, Mondadori, Milano, 1995, pag. 982.
Per le citazioni austeniane, vedi il sito jausten.it

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