L’occhio di Jane sulla tazza di tè

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Un particolare dell’articolo di Pietro Citati, dalla pagina del 28 agosto 1983

Grazie ad una paziente ed efficace ricerca condotta da Romina Angelici, grazie alla disponibilità della redazione del Corriere della Sera, e grazie alla puntuale trascrizione di Giuseppe Ierolli, abbiamo recuperato un prezioso articolo del 23 agosto 1983 di Pietro Citati, L’occhio di Jane sulla tazza di tè. Buona lettura.

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Rileggendo due famosi romanzi della Austen

L’occhio di Jane sulla tazza di tè

Quando uno è in convalescenza, come mi è capitato negli ultimi tempi, quando il corpo è languido, inerte, incerto, incapace di tensioni e di sforzo, i libri vanno scelti con cura. Shakespeare turba, con la sua massa roteante di immagini. Tolstoj stanca, col suo passo troppo veloce. Balzac nausea, con la sua fisicità soffocante. Dostoevskij sconvolge, col suo urgere irrisolto di problemi. Nulla meglio di un romanzo di Jane Austen: un villaggio o una proprietà di campagna, poche figure e pochi avvenimenti, un’esile quantità di tempo, un’implacabile precisione di tocco e di linee. Ricordavo il famoso giudizio di Charlotte Brontë, che i lettori hanno sempre condiviso. «Non si occupa tanto del cuore umano, quanto degli occhi, delle bocche, delle mani, dei piedi. Ciò che vede acutamente, che parla acconciamente, che si muove flessibilmente, conviene al suo studio, ma ciò che palpita con intensità e pienezza, sebbene nascosto, ciò che è l’invisibile sede della vita e il senziente bersaglio della morte – questo Miss Austen lo ignora… Essa non agita il lettore con alcunché di veemente, non lo turba con alcunché di profondo. Anche ai sentimenti non fa che un raro saluto grazioso ma distante». Il mio corpo, che non voleva inquietudini e turbamenti, ne era rassicurato.


Così ho preso nella biblioteca due libri della Austen che non avevo mai letto: «Mansfield Park» (introduzione di Enrico Groppali, traduzione di Simone Buffa di Castelferro, Garzanti), e «Persuasion», il suo ultimo romanzo, che temo non sia stato pubblicato da nessun editore italiano. Come aveva torto Charlotte Brontë, escludendo la Austen dagli «incanti che nascono dalla tenerezza del cuore»! Come aveva torto il giudizio comune! Nei due casi, la Austen contempla l’universo attraverso l’ottica di due personaggi femminili: Fanny Price ed Anne Elliot. Facendo così, dedica i suoi libri all’immensa ombra femminile: la frustrazione, la sconfitta, la quiete, la malinconia, la profondità, la tenerezza con le quali per secoli le donne – inespresse, silenziose, incapaci di parlare – hanno guardato il mondo. «Noi donne» dice, verso la fine di «Persuasion», Anne Elliot a nome anche di Fanny Price «certamente non vi dimentichiamo così presto come voi uomini dimenticate noi. È un nostro destino piuttosto che una nostra virtù. Non possiamo fare diversamente. Viviamo a casa, quiete, chiuse, e i nostri sentimenti ci tormentano. Voi siete costretti ad agire… L’unico privilegio che richiamo per il mio sesso (e non è un privilegio invidiabile, non avete bisogno di desiderarlo) è quello di amare più a lungo, quando l’esistenza o la speranza dell’amore sono svanite».
Fanny Price, la parente povera adottata dai ricchi cugini Bertram, è una ragazza fragile, ansiosa, nevrastenica, che vive chiusa nella quiete silenziosa dei suoi affetti e a contatto con una natura che spiega la sua morbidezza nella costruzione marmorea di «Mansfield Park». Senza alzare mai la voce, si piega, si adatta, si cancella, cede alle inclinazioni degli altri: ma il suo gesto di rinuncia è il suo supremo gesto di affermazione. Appena lo conosce, ama il cugino Edmund: se egli non è presente a tavola per tagliarle il vino, preferisce fare a meno di bere; tutto il libro è la storia mirabilmente sottile della sua passione amorosa, della gelosia continua e tremenda che nutre verso Mary Crawford, che incarna, a contrasto con lei, la leggerezza, il capriccio e la fatuità della vita.

L’amore

Il tema di Anne Elliot, in «Persuasion», è ancora più forte. Sta già per sfiorire: la sua carnagione ha perso la freschezza della gioventù; e rivede dopo otto anni l’uomo che ha amato profondamente e ha dovuto lasciare. L’amore, mai spento, riaffiora in lei: ma lui pare non amarla più, e nulla è più triste dell’impaccio, della desolazione e del vuoto che separano le due anime divise. Una trama di piccoli avvenimenti li riunisce; e i due «si tuffano insieme nel passato, più squisitamente felici, forse, nella loro riunione, di quando questa unione era stata progettata per la prima volta; più teneri, più provati, più fermi nella conoscenza del carattere, della verità e dell’affetto reciproco: più all’altezza di questa decisione, più giustificati nell’agire».
Il gesto primo di Jane Austen è quello di chiudere lo spazio dei suoi libri. Non si ha mai l’impressione, leggendo «Mansfield Park» o «Emma» o «Persuasion», di vagabondare nei liberi territori della vita: aprendo la prima pagina, cominciando la lettura («Circa trent’anni prima, Miss Mary Ward, di Huntington, provvista di una dote di sole settecento sterline…»: «Sir Walter Elliot, di Kellynch Hall, nel Somersetshire…»), siamo caduti prigionieri di un cerchio magico di artifici, di limiti, di equilibri, di convenzioni. Viviamo dentro una sfera, e fino a quando essa rotea lentamente sopra il nostro capo, ne ammiriamo la perfezione interna. Come il libro è chiuso, anche lo spazio rappresentato è chiuso: una tenuta di campagna, dove non penetrano gli avvenimenti della storia, dove sono ignorate sia la grande aristocrazia sia la piccola borghesia (la quale compare solo una volta, terrificando l’animo scrupoloso di Fanny), dove i frastuoni dell’avventura e del vasto universo sono tenuti lontani.
Poi lo spazio totale viene suddiviso; ogni personaggio ha diritto, dentro l’architettura di «Mansfield Park», a una o due stanze, che gli appartengono e gli sono più intime dei suoi stessi sentimenti. Dentro il cerchio magico del mondo chiuso, viene ammesso solo ciò che è minimo o può venire ridotto al minimo: il primo ballo di una giovinetta, una recita casalinga, una passeggiata in campagna o in una strada di Bath, la visita a una famiglia di vicini, una porta finestra aperta su un piccolo prato dall’erbetta rasa, un telaio a tamburo, un vassoio pieno di sandwiches. Persino la Verità è ridotta a delle battute ironicamente elementari: «Starsene seduti all’ombra, in una bella giornata, a guardare il verde circostante costituisce il più perfetto dei ristori»; «Una donna non può mai essere esageratamente elegante quando è vestita di bianco».
Questa chiusura dello spazio sembra portare con sé una conseguenza temporale. Come se fosse soffocato o impacciato nel suo libero movimento, il tempo scorre con passo monotono e eguale, molto lentamente: così lentamente, forse, come in nessun altro romanziere. Il vero protagonista è lui, il tempo: trasforma le persone, gli eventi, le cose: li modella come uno scultore modella la cera: noi siamo modellati insieme a loro; via via che il tempo passa, fantasma dopo fantasma, spettro dopo spettro, tutto scompare irrevocabilmente nel passato; e raccontare è appunto accompagnare gli spettri nel luogo dove devono sprofondare – la memoria, che Fanny elogia come la facoltà suprema e misteriosa della nostra mente.
A prima vista, si direbbe che questi momenti siano tutti insignificanti: ciò che avviene nella Austen sembra comune e ripetibile. Ma qualche volta, a metà di un capitolo o di una pagina, dopo che i luoghi comuni si sono accumulati fino quasi a soffocarci, ecco che due persone (o una persona e un oggetto) si guardano. Qualcosa brilla: qualcosa risplende: come dice la Woolf, la goccia del momento pende davanti a noi, profonda, tremante, serena per un attimo, e sembra concentrare in sé tutta la beatitudine della vita; l’attimo dopo, la goccia scompare e si dissolve soavemente nella marea dell’esistenza quotidiana. Abbiamo conosciuto il brivido del momento estatico, concentrato come la Austen può concederlo.
Molti lettori hanno criticato quello che è sembrato loro l’eccesso di moralismo di «Mansfield Park». A mio avviso hanno compreso male. La Austen non è mai moralista: la morale è, per lei, soltanto una forma, e non la più alta, del decoro, che deve reggere tutte le nostre esistenze. Il decoro è invece il valore supremo della vita: una bella figura platonico-matematica, che dobbiamo venerare in ogni istante. Non c’è aspetto dell’intelligenza e del cuore, che occupi per la Austen un luogo più elevato. «Non critico i suoi sentimenti, ma vi è una certa improprietà nel manifestarli in pubblico», dice Edmund, che insieme a Fanny è il sacerdote della discrezione, del ritegno cerimonioso, della distanza gentile. Così tutti gli attentati alla convenienza sono sentiti come gravissimi: capaci di distruggere non soltanto la buona educazione e la civiltà, ma l’intero ordine costituito dell’universo.
Se lo scrutiamo più da vicino, non esiste mondo più ateo di quello della Austen. Nessuno sguardo ci allontana mai dalla terra, né ci fa comprendere che esistono, dietro le apparenze, possibilità, eventualità, speranze inaspettate. Siamo nel regno del qui. Ma è possibile vivere soltanto nel qui? È possibile abitare uno spazio che obbedisce soltanto alle convenienze? Se non c’è una religione né un’etica ma soltanto un’ideologia del decoro, se il [corsivo]qui impera sovrano, si capisce come talvolta il mondo della Austen, dietro le sue superfici incantevoli, possa apparire soffocante e quasi disperato.
«Mansfield Park» e «Persuasion» stanno agli opposti della produzione della Austen, come due possibilità estreme. Con la sua stupenda struttura romanzesca, «Mansfield Park» raccoglie la passione dolorosa di Fanny e un’esistenza osservata con equanimità deliziosa nella forma impeccabile del decoro. In «Persuasion», questa adorazione del decoro sembra scomparsa: i valori della convenienza sono satireggiati in due snob: la vita è più fresca e immediata – e «nessun incanto è pari alla tenerezza del cuore». Mentre «Mansfield Park» è una grandiosa sinfonia, «Persuasion» è un concerto per pochi strumenti: un libro sciolto, libero, trasparente, pieno di delicatissimi rinvii, di cenni che rimandano a cenni, di assonanze che fanno eco ad assonanze. L’arte delle superfici e delle ombre richiama continuamente alla memoria quella dei racconti di Cechov.
Sullo sfondo dei due romanzi, la stessa musica fa sentire gli stessi suoni. La Austen accetta totalmente la vita, quale essa sia, senza nessun desiderio di riformarla, sebbene i suoi personaggi possano essere sciocchi, proclamare vacuità come dogmi di fede, o commettere azioni sconvenienti. Come osserva la Woolf, a nessun costo vorrebbe cambiare un capello in testa agli esseri umani o smuovere una pietra o un filo d’erba in un mondo che le provvede ogni istante così squisite delizie. «Una mente vivace e tranquilla» essa dice «può soddisfarsi senza veder nulla, e non vede nulla che non le vada». Perdona volentieri ai suoi personaggi; e niente è più significativo della luce favorevole e quasi tenera che finisce per illuminare una sciocca oziosa come Lady Bertram o un bourru formalista come Lord Bertram.

Nichilismo

Per un paradosso, che forse solo nella Austen si realizza così perfettamente, questa assoluta accettazione dell’esistenza coincide con un nichilismo egualmente assoluto: alla fine della rappresentazione, ricamata con gioia così comunicativa, resta solo un corteo d’ombre, che si gettano lentamente nel vuoto. Il suo occhio sta, inafferrabile, levato altissimo sopra il racconto, e insieme si china su ogni tazza di tè e ogni ricamo: la sua mente alterna freddezze geometriche e tenerezze profondissime: è robusta e squisitamente delicata: nessuna è più artificiosa di lei e nessuna ci lascia conoscere così il privilegio della completa naturalezza: è ironica e musicale: svela come il mondo non sia che vane superfici e ama soltanto le superfici: costruisce grandi architetture e confessa di lavorare soltanto su «un pezzettino di avorio largo due pollici», con un pennello che non potrebbe essere più sottile.

Pietro Citati

Fonte: Corriere della Sera, 28 agosto 1983

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7 pensieri su “L’occhio di Jane sulla tazza di tè

  1. Diversi gli spunti di riflessione che possono essere tratti da questo articolo: l’a-teismo o il fermo ancoraggio al terreno, l’accettazione dell’esistenza, l’incarnato self-control inglese, il nichilismo: un gioco di luci e ombre, il raggiungimento di vette assolute che rivelano l’abisso profondo e insondabile della vita. Se l’accettazione del quotidiano e del reale la portava a non voler cambiare nemmeno un minimo aspetto dei personaggi, non altrettanto potremmo dire dell’eccessiva cura, quasi maniacale, che riservava alla loro presentazione stilistica.

    • Cara Romina, grazie per il tuo contributo. La straordinaria grandezza di Jane Austen si basa, e lo sappiamo bene, proprio sull’equilibrio dei contrasti, che intessono una rete, invisibile ma salda, nella quale le vicende possono dispiegarsi con totale fluidità e i personaggi estrinsecare ogni singola piega del loro essere. Anche per questo i romanzi di Austen sono fra i più alti classici della letteratura occidentale.

  2. Volevo solo ringraziare i fondatori di questa associazione perchè la ritengo un’idea ed un’opera encomiabili. Grazie per le possibilità che ci offrirete e grazie per la traduzione di questo pezzo di cui non sapevo l’esistenza e che comunque avrei fatto molta fatica a leggere in lingua originale. buon lavoro!
    sappiate che là fuori c’è chi vi apprezza, stima, segue con enorme passione!

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