G.K. Chesterton su Jane Austen

La nostra lettrice Umberta Mesina, che fa parte della Società Chestertoniana italiana, ha offerto a JASIT la sua traduzione di un articolo dello scrittore e critico letterario inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936). Il testo è tratto da una raccolta delle opere giovanili austeniane pubblicata nel 1922 a New York.

Gilbert K. Chesterton

G.K. Chesterton
Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen [1]

In un recente dibattito, su un quotidiano, riguardo alla convenzionale insulsaggine e monotonia di tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra, qualcuno ha detto che nel mondo di Jane Austen ci si aspettava che una signora svenisse quando riceveva una proposta di matrimonio. A coloro che abbiano letto anche solo una delle opere di Jane Austen, questa associazione di idee apparirà lievemente comica. Elizabeth Bennett [sic], per esempio, ricevette due proposte di matrimonio da due ammiratori molto sicuri di sé e perfino autorevoli; e davvero non svenne. Sarebbe più vicino alla verità dire che svennero loro.

In ogni caso, potrebbe essere divertente per quelli che così si divertono, e forse addirittura istruttivo per quelli che necessitano di tale istruzione, sapere che la primissima opera di Jane Austen, qui pubblicata per la prima volta, potrebbe esser definita una satira della favola della signora che sviene. “Attenzione ai mancamenti …. anche se a volte possono essere riposanti e piacevoli, tuttavia credetemi, alla fine, se sono ripetuti troppo spesso e fuori stagione, si rivelano dannosi per la salute”. Queste sono le parole di Sophia morente all’addolorata Laura; e ci sono critici moderni capaci di usare queste parole come prova che nel primo decennio del diciannovesimo secolo tutta la società era in deliquio. Ma in verità il fulcro di questa piccola celia è proprio che lo svenimento dovuto alla sensibilità non è messo in satira perché era un fatto, foss’anche stato una moda, ma è satireggiato unicamente perché era una finzione.

Laura e Sophia sono rese comicamente inverosimili proprio facendole svenire in una maniera in cui le signore in carne ed ossa non svengono mai. Gli ingegnosi moderni, che affermano che le signore in carne ed ossa  svenivano davvero, in realtà sono stati ingannati da Laura e Sophia e credono a loro anziché a Jane Austen. Essi stanno prestando fede non a chi viveva a quel tempo ma ai più insensati romanzi di quel tempo, ai quali non credeva neanche chi a quel tempo li leggeva. Si sono bevuti tutte le solennità dei Misteri di Udolfo e non hanno mai compreso la presa in giro di Northanger Abbey.

Se infatti queste opere giovanili di Jane Austen anticipano qualcosa dei suoi lavori successivi, senz’altro anticipano il lato satirico di Northanger Abbey. Della loro notevole importanza da quel punto di vista si può dir qualcosa qui; ma sarà bene farlo precedere da una parola a proposito delle opere stesse come oggetti della storia della letteratura.

Tutti sanno che la romanziera lasciò un frammento incompiuto, poi pubblicato col titolo The Watsons, e una storia compiuta intitolata Lady Susan, in forma epistolare, che aveva apparentemente deciso di non pubblicare. [Ma fu comunque pubblicata, nel 1871 N.d.T.] Queste preferenze sono tutte dei pregiudizi, nel senso che sono intrattabili questioni di gusto; ma, lo confesso, io penso che sia uno strano accidente storico che cose relativamente così piatte come Lady Susan debbano essere state già stampate, mentre cose relativamente tanto vivide come Love and Freindship non siano mai state stampate finora. È quanto meno una curiosità della letteratura che simili curiosità della letteratura siano state nascoste quasi accidentalmente. Senza dubbio si riteneva, molto giustamente, che potremmo esagerare di brutto nel rovesciare sulla testa del pubblico il cesto della carta straccia di un genio; e che in un certo senso il cesto della carta straccia è tanto sacro quanto la tomba. Ma senza arrogarmi più diritti in materia di quanti ne abbia chicchessia ad avere un proprio gusto, spero che mi sarà consentito dire che da parte mia avrei volentieri lasciato Lady Susan nel cesto della carta straccia, se avessi potuto incollare i pezzi di Love and Freindship nel mio album dei ritagli; una cosa per cui ridere ogni tanto come si ride per i grandi burlesque di Peacock o Max Beerbohm.

Jane Austen lasciò tutto ciò che possedeva a sua sorella Cassandra, inclusi questi e altri manoscritti; e il secondo volume dei manoscritti, che conteneva questi, fu lasciato da Cassandra al fratello, l’ammiraglio sir Francis Austen. Egli lo diede a sua figlia Fanny, che a sua volta lo lasciò al proprio fratello Edward, che era rettore di Barfrestone nel Kent e padre della signora Sanders, alla cui saggia decisione dobbiamo la pubblicazione di queste prime fantasticherie della sua prozia (sarebbe fuorviante qui chiamarla la sua grande prozia).[2] Ciascuno giudicherà per sé; quanto a me, però, penso che ella aggiunse qualcosa di intrinsecamente importante alla letteratura e alla storia letteraria; e che ci siano tonnellate di roba stampata, regolarmente riconosciuta e stampata con le opere di grandi autori, che sono molto meno caratteristiche e molto meno significative di queste poche fanciullesche buffonerie.

Perché Love and Freindship, insieme ad alcuni consimili passaggi nei frammenti che l’accompagnano, è veramente uno scoppiettante burlesque; qualcosa di molto meglio di ciò che le signore del tempo chiamavano un gradevole tintinnio. È una di quelle cose che tanto più facilmente si possono godere leggendole in quanto sono state scritte godendone; in altre parole, è tanto migliore come opera giovanile perché è gioiosa. Si dice che l’abbia scritta a diciassette anni, chiaramente con lo spirito con cui si compone una rivista di famiglia, visto che i medaglioni disegnati nel manoscritto sono opera della sorella Cassandra. L’intero libro è pieno di quel genere di umore allegro che è sempre più allegro in privato che in pubblico; proprio come si ride a voce più alta in casa che in strada. Molti dei suoi ammiratori non si aspetterebbero, forse molti dei suoi ammiratori non ammirerebbero, il genere di divertimento che si può trovare nella lettera della signorina  “i cui sentimenti erano troppo forti rispetto alla capacità di giudizio” e che incidentalmente rileva “Ho ucciso mio padre in un periodo assai precoce della mia vita, da allora ho ucciso mia madre e ora sto per uccidere mia sorella”.[3] Personalmente penso che sia ammirevole; non il comportamento, ma la confessione. Ma nel senso dell’umorismo c’è molto di più che la gaiezza, anche a questo stadio della sua crescita. C’è quasi dappertutto una certa nitidezza del nonsense. C’è non poco della vera ironia austeniana. “Il nobile Giovane ci informò che il suo nome era Lindsay ***; per ragioni particolari tuttavia io lo nasconderò sotto quello di Talbot”. Davvero qualcuno desidera che questo scompaia nel cestino della carta straccia? “Ella era niente di più che una giovane donna di buon carattere, civile e cortese; e dunque ci sarebbe stato difficile detestarla … era semplicemente oggetto di disprezzo”. Non è un po’ come il primo pallido delinearsi del personaggio di Fanny Price? Quando si sente un forte bussare della Rustica Casetta presso il fiume Uske, il padre dell’eroina cerca di capire quale sia la natura del rumore e tramite cauti passaggi d’inferenza riescono a definirla come qualcuno che da fuori colpisce la porta.

“– Sì (esclamai) non posso fare a meno di pensare che dev’essere qualcuno che bussa per entrare.

– Questo è un altro discorso (mi rispose lui); non dobbiamo pretendere di determinare per quale motivo la persona possa bussare… anche se in parte io sono convinto che qualcuno bussa veramente alla porta”.

Nell’irritante oziosità e lucidità di quella risposta non c’è forse l’adombramento di un altro e più famoso padre; e non udiamo per un momento, nel cottage rustico vicino all’Uske, la voce inconfondibile del signor Bennet?

Ma c’è una ragione più grande e critica per prender piacere nella gaiezza di queste varie parodie e bazzecole. Il signor Austen Leigh sembra averle ritenute non abbastanza serie per la reputazione della sua grande parente; ma la grandezza non è fatta di cose serie, nel senso di cose solenni. Qui la ragione, tuttavia, è tanto seria quanto lui o chiunque altro potrebbe desiderare; perché riguarda la qualità fondamentale di uno dei più squisiti talenti in letteratura.

Un concretissimo interesse psicologico, quasi pari a un enigma psicologico, è connesso a ogni precoce lavoro di Jane Austen. E ciò per quest’unica ragione, tra altre, che non è stata affatto sottolineata quanto si dovrebbe. Pur grande com’era, non è molto probabile che qualcuno avrebbe sostenuto che fosse poetica. Ma ella fu un esempio notevole di ciò che si dice del poeta: nacque, non diventò.[4] Paragonati a lei, in effetti, certi poeti davvero diventarono tali. Molti uomini che avevano l’aria di dar fuoco al mondo hanno lasciato come minimo un ragionevole dibattito su che cosa desse fuoco a loro. Uomini come Coleridge o Carlyle hanno senz’altro acceso le loro prime torce alla fiaccola dei mistici tedeschi o dei pensatori platonici, entrambi ugualmente fantastici; hanno attraversato fornaci di cultura dove anche persone meno creative avrebbero potuto essere infiammate a creare. Jane Austen non fu infiammata o ispirata o neanche spinta a essere un genio; semplicemente lei era un genio. Il suo fuoco, quanto ce n’era, cominciò proprio con lei; come il fuoco del primo uomo che sfregò insieme due legnetti secchi. Qualcuno direbbe che erano legnetti molto secchi, quelli che lei strofinò insieme. È indubbio che, grazie al suo talento artistico, ella rese interessanti cose che migliaia di persone a prima vista altrettanto simili avrebbero reso noiose.[5] Non c’era niente nelle circostanze della sua vita, o perfino nei materiali che usava, che sembri evidentemente volto a fabbricare una simile artista. Potrebbe sembrare un uso davvero sconsiderato della parola sbagliata dire che Jane Austen era elementale. Potrebbe addirittura sembrare un poco folle insistere che era originale. Eppure questa obiezione proverrebbe dal critico che non considerasse realmente ciò che significa un elemento o un’origine. Forse la cosa potrebbe essere espressa altrettanto bene in ciò che realmente significa un individuo. La sua abilità è un assoluto; non può essere analizzata per individuarvi delle influenze. Ella è stata paragonata a Shakespeare e in questo senso richiama davvero alla mente la storiella riguardo al tale che disse che avrebbe saputo scrivere come Shakespeare se ci avesse pensato. In questo caso, ci par di vedere un migliaio di zitelle sedute al tavolino da tè; e tutte avrebbero saputo scrivere Emma se ci avessero pensato.

C’è dunque, nel considerare anche i più immaturi dei suoi primi tentativi, l’interesse del guardare in una mente e non in uno specchio. Poteva non esser consapevole di essere sé stessa; ma non era, come tanti, più istruiti, emulatori, consapevole di essere qualcun altro. La forza, al suo primo e più debole grado, viene da dentro e non semplicemente da fuori. Questo interesse, che le spetta in quanto individuo con un istinto sopraffino per la critica intelligente della vita, è la prima delle ragioni che giustificano uno studio delle sue opere giovanili; è un interesse per la psicologia della vocazione artistica. Non dirò “del temperamento artistico”; perché mai nessuno possedette meno di Jane Austen la fastidiosa caratteristica che è generalmente individuata con quel nome. Ma benché questa potrebbe già da sola essere una ragione per cercare di scoprire come la sua opera ebbe inizio, diventa ancor più rilevante dopo averlo scoperto. È qualcosa di più che la scoperta di un documento; è la scoperta di una ispirazione. E quell’ispirazione era l’ispirazione di Gargantua e di Pickwick; era l’ispirazione gigantesca della risata.

Se è sembrato strambo definirla elementale, potrà sembrare altrettanto strambo definirla esuberante. Queste pagine tradiscono il suo segreto: cioè, che ella era esuberante per natura. E il suo potere venne, come viene ogni potere, dal controllare e indirizzare l’esuberanza. Ma c’è la presenza e la pressione di quella vitalità dietro alle sue mille cosucce; sarebbe potuta essere stravagante se avesse voluto. Ella era l’esatto contrario di una zitella inamidata o intristita; sarebbe potuta essere un buffone come la Comare di Bath[6] se l’avesse voluto. Questo è ciò che dà una forza infallibile alla sua ironia. Questo è ciò che dà un peso sorprendente alle sue ironiche attenuazioni.[7] Anche dietro a questa artista, ritenuta priva di passione, c’era della passione; ma la sua passione originale era una sorta di scherno gioioso e uno spirito combattivo contro tutto ciò che ella considerava morboso e fiacco e perniciosamente sciocco. Le armi che ella forgiò erano così accuratamente rifinite che avremmo potuto non accorgerci mai di questo, se non fosse per questi sprazzi della primitiva fornace da cui esse uscirono.

La recente edizione delle opere giovanili di Jane Austen (con traduzioni di Giuseppe Ierolli)

Ecco infine due fatti aggiuntivi, riguardo ai quali lascerò ai critici moderni e ai corrispondenti dei quotidiani il compito di ponderarli e spiegarli a loro comodo. Uno è che questa realista, nel biasimare i romantici, è molto impegnata a biasimarli per la medesima cosa per cui il sentimento rivoluzionario li ha così tanto ammirati: per esempio, la loro esaltazione dell’ingratitudine verso i genitori e la loro facile supposizione che i vecchi abbiano sempre torto. “No!” dice il nobile Giovane in Love and Freindship, “mai sarà detto che ho obbedito a mio padre!”. E l’altro è che non c’è da nessuna parte l’ombra d’una indicazione che il suo intelletto indipendente e il suo spirito allegro fossero altrimenti che contenti di una limitata routine domestica, nella quale ella scrisse una storia domestica quanto un diario, nelle pause tra pasticci e pudding, senza neanche guardar fuori dalla finestra per accorgersi della Rivoluzione Francese.

Nel sito della Società Chestertoniana è possibile leggere la traduzione di un altro testo dello scrittore su Jane Austen: «On Jane Austen in the General Election», dalla raccolta Come to Think of It (Illustrated London News 1 giugno 1929)

NOTE (a cura della traduttrice)

[1] Il brano qui tradotto è l’introduzione della prima edizione americana di alcune opere giovanili di Jane Austen: Love and Freindship and Other Early Works now first published from the original ms. by Jane Austen, New York 1922, Frederick A. Stokes Company. Il copyright nel volume è attribuito a J.R. Sanders, cioè Janet Rose Sanders (nata Austen), nipote di J.A.

[2] È fuorviante in inglese ma il gioco di parole non funziona in italiano. J.A. era la prozia della signora Sanders, in quanto sorella di suo nonno, e in inglese “prozia” di dice great-aunt. Una “grande prozia” come era Jane è great great-aunt; ma questo è anche un modo di indicare la bis-prozia, cioè la sorella del bisnonno, benché la forma normale sia great-grandaunt.

[3] Da A Letter from a Young Lady, Lettera di una Signorina, un altro frammento giovanile presente nella raccolta.

[4] In inglese esiste il detto A poet is born, not made che viene dal latino Poeta nascitur, non fit e che in italiano si tradurrebbe con “Poeti si nasce, non si diventa”. Noi non usiamo dir questo dei poeti, ma lo facciamo spesso per molte altre attività.

[5] Altrove Chesterton scrive che Michelangelo might make a statue out of mud, and Jane Austen could make a novel out of tea—that much more contemptible substance, Michelangelo sapeva tirar fuori una statua dal fango e Jane Austen sapeva tirar fuori un romanzo dal tè, sostanza tanto più disprezzabile (da «Fiction as Food», in The Spice of Life).

[6] Uno dei più vivaci personaggi dei Canterbury Tales di Chaucer.

[7] Nell’originale è understatements, che molti non traducono perché dicono che è intraducibile. Non tradurlo, però, non ce lo renderebbe più chiaro. Un understatement può essere due cose: o una minimizzazione oppure un’affermazione attenuata in maniera ironica; ed è quest’ultimo il caso di Jane Austen. In questo secondo senso, l’understatement è un modo di raccontare la realtà tipico dell’umorismo inglese ed è quasi inesistente nella nostra esperienza, il che lo rende effettivamente intraducibile con un singolo termine: perché, non avendo l’esperienza, non le abbiamo dato un nome.

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4 pensieri su “G.K. Chesterton su Jane Austen

  1. Grazie alla traduttrice e a jasit per questo articolo. Non mi era ancora capitato di leggere qualcosa di Chesterton su Jane Austen, molto interessante; condivido in pieno il suo entusiasmo per le opere giovanili. Con Jane non si finisce mai di scoprire nuove cose!

    • Cara Claudia, è vero, i grandi autori che scrivono di grandi autori sono sempre letture interessanti, e hai ragione: su Jane Austen non si smetterà mai di scoprire e di riflettere. Grazie del tuo commento.

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