Carlo Linati su Jane Austen (1926)

Il primo romanzo di Jane Austen tradotto in Italia fu Pride and Prejudice, tradotto da Giulio Caprin e pubblicato da Mondadori nel 1932 con il titolo Orgoglio e prevenzione, poi diventato Orgoglio e pregiudizio qualche decennio dopo, nelle numerose ristampe che seguirono. L’arrivo delle opere austeniane in Italia fu quindi piuttosto tardivo, se pensiamo anche che l’ultimo romanzo tradotto fu Mansfield Park, per il quale bisognò aspettare il 1961.
Nella prima metà del secolo scorso anche i contributi critici italiani non furono numerosi, e quello che è probabilmente il primo: Emilia Bassi, La vita e le opere di Jane Austen, 1914, lo potete leggere in formato PDF nella sezione del sito dedicata alle pubblicazioni JASIT.

In questi giorni abbiamo anche rintracciato un piccolo contributo uscito nel Corriere della Sera dell’8 novembre 1926, firmato da Carlo Linati, che abbiamo trascritto in quanto ci sembra interessante, pur nella sua brevità, anche per la figura dell’autore (1878-1949), che scrisse numerose opere letterarie, fu traduttore dall’inglese, collaborò con La Stampa e il Corriere della Sera, ed è anche noto per quello che è conosciuto come lo “Schema Linati”, una sorta di riassunto esplicativo della struttura dell’Ulisse di James Joyce, scritto dall’autore in italiano e inviato a Linati, che era suo amico, in una lettera del 21 settembre 1920.

L’articolo del Corriere è una recensione di un volume di critica letteraria di Orlo Williams: Some Great English Novels. Study in the Art of the Fiction, Macmillan, London, 1926, della quale riportiamo la parte finale, con considerazioni che riguardano Emma di Jane Austen e The Egoist di George Meredith.

Grandi romanzi inglesi
“[…] Un’altra critica, e forse la più geniale del volume, Williams ci dà di un romanzo, anch’esso poco conosciuto, di Jane Austeri, Emma, di cui si compiace di additarci le bellezze riposte di stile e d’intuizione, la squisitezza dell’analisi, la giustezza della composizione. La Austen, che in pieno romanticismo e sfacelo napoleonico costruiva pazientemente i suoi romanzi provinciali descrivendo con esattezza efficacissima la vita della gente del villaggio ch’essa abitava, fu la prima a portare nell’arte della narrazione quell’animo di verità e di ricerca psicologica, quella fedele riproduzione della piccola realtà cotidiana che quasi un secolo più tardi fiorirà in opere egregie per tutta la letteratura europea. La Austen fu una anticipatrice per eccellenza. La sua umanità è gentile, quieta, in minore: gentiluomini di villaggio, signorine che leggono romanzi, suonano l’arpa e giocano a whist, zitelle che fanno vestiti per i poveri e ricamano le tendine per la nonna… Ma quanta verità ella sa far passare nella semplice vicenda delle loro giornate, dei loro amori calmi e pazienti, quanto sapore nel resoconto delle loro lunghe chiacchiere di raffreddori e di bel tempo!
Saltare, per esempio, dai miti ritrovi campagnoli di miss Emma Woodhouse agli splendidi saloni di Sir Willoughby, il tragicomico eroe della «commedia raccontata» The Egoist di George Meredith, non è un balzo da poco. Ma via, in compagnia di Orlo Williams queste acrobazie sono lecite, poiché egli è una guida amabile e piena di premure… The Egoist, forse il più perfetto dei romanzi del Meredith, consiste nella storia semitragica di un gentleman inglese fornito dalla sorte di ogni dono di bellezza, salute, ricchezza, autorità e facondia, ma che per troppo pretendere dalla vita, dall’amore e dal suo orgoglio di casta finisce per perdere l’amore delle belle donne che aspiravano alla sua mano e tirarsi addosso il ridicolo della società. E’ una tragicommedia tutta moderna dove l’ironia sanguinosa dell’autore e quella della vita stessa assistono sghignazzando alla caduta miseranda dell’uomo che nato per essere sublime il ridicolo e l’egoismo hanno colpito e devastato, a sua insaputa, nei nuclei più essenziali della sua vita.
Ora leggendo questi grandi romanzi inglesi o non foss’altro comprendendone l’arte c le vicende attraverso la critica amorosa del Williams, siamo involontariamente condotti a paragonare quella folta e robusta vitalità narrativa con la nostra moderna. Certo erano quelli racconti di una lunghezza e, talvolta, di una monotonia inverosimili, in cui la vita era sciorinata giorno per giorno con un ritmo eguale, con un umorismo e un sentimento pacato che teneva conto di tutte le più piccole cose; in cospetto ai nostri fantasiosissimi, psicoanalitici e allucinati narratori d’oggi quei romanzieri erano dei buoni papà in pantofole con dipinta in viso la gioia di un buon desinare o tutt’al più di qualche onesta gherminella fatta al vicino di cottage… Ma quanta maggior verità e felicità di vita era nelle loro tranquille fantasie, quanta maggior solidità in quei loro edifici costruiti pazientemente pietra su pietra!”

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