Abnegazione e dispotismo della malattia in Emma

Traduciamo oggi l’articolo di Monica Fairview apparso il 7 agosto su Roof Beam Reader.

ABNEGAZIONE E DISPOTISMO DELLA MALATTIA IN EMMA

Naturalmente chiunque conosca un po’ Emma sa che Mr Woodhouse è il peggiore degli ipocondriaci. Eppure basta soltanto un paragone superficiale fra Mr Woodhouse e Mary Musgrove in Persuasione per capire come mai Mr Woodhouse sia così benvoluto malgrado le sue ossessive fobie riguardanti la salute. Al contrario di Mary, che utilizza la malattia a suo personale ed egoistico vantaggio, la preoccupazione di Mr Woodhouse per la salute di tutti è di larga portata. Si estende addirittura ai cavalli che portano Isabella e John Knightley a Hartfield.

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Come lettori riusciamo ad accettare Mr Woodhouse come non potremmo mai accettare Mary. Lui è una gentile fonte di divertimento, ma Jane Austen non lo sottopone mai alla sferzante frusta del suo giudizio. Tutti a Highbury conoscono le sue ansie – “i vicini sapevano quanto gli piacesse che ci si informasse di lui” (capitolo 39) – ed essi sono felici di fargli questa cortesia, dal momento che l’agitazione di Mr Woodhouse per gli altri si traduce in termini concreti – come, per esempio, rifornire le Bates di tagli di carne dei maiali di Hartfield, dal momento che considera quei maiali più sani degli altri.

Eppure non c’è dubbio che “le stranezze e le manie” di Mr. Woodhouse (cap.11) sarebbero sufficienti per far impazzire chiunque. Di certo richiedono una gran dose di sacrificio da parte di Emma, che ha sviluppato una “ferma decisione di non abbandonare mai il padre” (cap. 31). Al limite, non potrà sposarsi, sebbene in verità, quando considera la “proposta” di Frank Churchill, non crede che rifiutare Frank per amore del padre sarebbe poi un impedimento troppo gravoso. “Mi accorgo di non fare nessun uso della parola sacrificio, dice Emma (cap.31). Comunque, quando giunge a sposare Mr Knightley, l’idea di lasciare il padre, sebbene lo faccia per l’uomo che ama, le provoca un tale senso di colpa da farla sentire quasi una criminale. “Il povero Mr. Woodhouse non sospettava certo che cosa si stesse complottando a suo danno nel petto di quell’uomo [Mr Knightley] che era stato accolto con tanta cordialità, e per il quale si era tanto preoccupato che non avesse preso freddo durante la cavalcata.” (cap. 50). In tali circostanze, il fatto che lo stesso Mr Knightley sia in realtà desideroso di compiere il sacrificio di lasciare Donwell Abbey per vivere con Emma a Hartfield non ci colpisce come se fosse qualcosa di straordinario, eppure per un gentiluomo della sua posizione è un’impresa considerevole.

Oltre a questo, ci sono restrizioni che Emma deve sopportare giornalmente. Le ansie di suo padre le hanno limitato la vita in maniera così severa che non è mai stata a trovare la sorella a Londra, un viaggio piuttosto breve. Il picnic a Box Hill costituisce il viaggio più lungo che lei abbia mai fatto. Quando Emma e Harriet hanno uno sgradito incontro con gli zingari*, lo spavento di Mr Woodhouse è tale che l’intera Highbury lo sente. “Il povero Mr. Woodhouse tremava sulla sedia, e, come Emma aveva previsto, non sarebbe stato soddisfatto senza la promessa di non andare mai più al di là del boschetto.” (cap. 39).

Eppure Mr Woodhouse non è l’unico personaggio del romanzo la cui “malattia” (o, nel suo caso, l’ossessivo terrore della malattia) influenza coloro che gli sono intorno e limita i loro spostamenti. Per anni Frank Churchill è stato tenuto sotto controllo dalla cattiva salute della zia, malgrado molti a Highbury ritengano che il malessere di Mrs Churchill sia immaginario. Mr Knightley, per esempio, insinua con Emma che la salute di Mrs Churchill sia semplicemente una scusa di Frank – che è ormai troppo orgoglioso per occuparsi dei parenti poveri – per restare lontano da Highbury. Lo stesso Frank non è assolutamente chiaro nell’affermare se la malattia della zia sia reale o un mezzo per controllarlo. “Che fosse realmente malata era certissimo; il nipote se ne era mostrato convinto. […] Sebbene molte potessero essere fantasie […] ma tutti i dubbi del padre non lo convinsero a dire che quei disturbi fossero semplicemente immaginari.” (cap. 37).

Pur tuttavia, come nel caso di Emma, Frank non può sposare la donna con cui è fidanzato perché ha paura di sconvolgere la zia e far peggiorare la sua infermità. L’inganno che mette in atto nel cercare di nascondersi causa una gran quantità di disorientamento e subbuglio, in particolare in Jane Fairfax. Quando si programma di tenere a Highbury il primo ballo dopo tanti anni, si è costretti ad abbandonare il progetto allorquando Frank riceve una lettera dallo zio che lo richiama al capezzale della zia: “Mrs. Churchill era ammalata, di gran lunga troppo ammalata per fare a meno di lui; già stava molto male […] ma ormai era troppo malata per minimizzare la cosa.” (cap. 30). In generale, gli abitanti di Highbury considerano la zia come una donna egoista e tirannica. È solo dopo la sua morte che si convincono che fosse davvero malata. In ogni caso, la sua morte libera Frank e gli permette di annunciare finalmente il suo fidanzamento con Jane.

Un’altra persona sottoposta a questo dispotismo della malattia è Miss Bates. Miss Bates rappresenta la situazione che sarebbe stata di Emma, se questa non avesse avuto risorse finanziarie. Una povera zitella costretta ad accudire la madre quasi completamente sorda e cieca, Miss Bates è l’oggetto di pietà (e anche di derisione), laddove Emma non lo è. Eppure Miss Bates si sacrifica volentieri. Non solo è incondizionatamente gentile verso la madre, ma solleva Jane Fairfax da ogni obbligo di essere fisicamente presente a Highbury, al contrario di Mr Woodhouse, che ha il terrore di perdere di vista Emma.

Ironicamente, Miss Bates non deve prendersi cura solo di sua madre. Si occupa anche di Jane. Quando sentiamo parlare per la prima volta di Jane Fairfax, sappiamo che sta andando a Highbury anziché recarsi in Irlanda con i suoi amici. Emma, che è scettica su qualsiasi cosa riguardi Jane, è sorpresa che Jane voglia sacrificarsi: “Miss Fairfax preferisce dedicare il suo tempo a voi e a Mrs. Bates?” (cap. 19). Considerato che Emma ha rinunciato a ogni possibilità di vedere il mondo per stare accanto a suo padre, si attende lo stesso da Jane, per scoprire invece che la situazione è invertita, in realtà. Jane sta andando a Highbury perché pare stia “davvero poco bene” e che “nessuno potrebbe assisterla come faremmo noi.” (cap. 19).

L’atteggiamento sollecito di Miss Bates verso la madre si estende anche a Jane: “mia cara Jane, dove sei? Ecco la tua mantellina. Mrs. Weston ti prega di metterti la mantellina. Dice che teme ci siano delle correnti d’aria nel corridoio.” (cap. 30). Nell’arco di tutto il romanzo, la salute instabile di Jane è motivo di preoccupazione per tutti, ma nel suo caso scopriamo anche che c’è una forte componente emotiva a compromettere la sua salute, dal momento che peggiora quanto più Frank flirta con Emma. Più tardi, Frank, che è stato condizionato dalla zia nel reagire alla malattia, sembra più influenzato dalla sofferenza fisica di Jane che da quella psicologica. Dice a Emma: “Non compatitemi fino a quando non fui a Highbury, e vidi quanto male le [a Jane Fairfax] avevo fatto. Non compatitemi fino a quando non la vidi pallida, con un aspetto malato.” (cap. 50).

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Romola Garai e Rupert Evans in Emma 2009

È una tentazione cogliere in Emma, in particolare nel rapporto madre-figlia-giovane nipote del romanzo (Mrs Bates, Miss Bates e Jane), alcune delle insicurezze della stessa Jane Austen. Sappiamo che la madre della Austen era lei stessa un po’ ipocondriaca e soffriva di una varietà di malattie che venivano talvolta messe in discussione, soprattutto se si considera la longevità della signora. Inoltre, la sorella di Jane, Cassandra, non si sposò e rimase a casa con la madre. Miss Bates e la madre vogliono forse richiamare in qualche modo Cassandra e sua madre? E Jane Fairfax era forse una sorta di alter ego della stessa Jane (soprattutto perché la stessa JA soffriva delle medesime emicranie)? Le ansie di Jane Fairfax di dover lavorare per vivere sono un riflesso di quelle di Jane Austen? Se è così, allora Jane Austen le ha dato almeno un lieto fine, o per lo meno felice quanto può esserlo con un marito inaffidabile come Frank Churchill. Ed Emma era forse ciò che Jane avrebbe voluto essere: libera dall’obbligo di sposarsi, ricca e indipendente, ma anche premurosa verso un genitore?

Possiamo solo fare supposizioni.

* In realtà Harriet non si trova con Emma quando incontra gli zingari, ma con una compagna di scuola (N.d.T.)

Monica FairviewMonica Fairview è una scrittrice inglese di romanzi ambientati nell’Inghilterra Regency. È l’autrice di due sequel di Orgoglio e pregiudizio, The Other Mr. Darcy e The Darcy Cousins e del racconto Nothing less than Fairy Land, un breve sequel di Emma sulla raccolta Jane Austen Made Me Do It a cura di Laurel Ann Nattress.

Potete trovare l’articolo originale  >>QUI<<

[La traduzione dei brani da Emma è a cura di Giuseppe Ierolli.]

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6 pensieri su “Abnegazione e dispotismo della malattia in Emma

  1. Molto goloso, questo articolo !
    Credo che lo spunto autobiografico o del vissuto, sia presente in tutti i suoi scritti: proprio per questo continuano ad affascinare ancora oggi.

  2. L’ipocondria è un tema ricorrente nei romanzi di JA, ma anche in famiglia c’era qualche fratello con la terribile propensione a non stare mai bene (se non ricordo male): in modo spassosissimo è trattato in Sanditon che avrei tanto voluto leggere compiuto!il fratello dell’accelerata Diana Parker, Arthur, che ha problemi di stomaco, fegato, etc, ma che può bere cioccolata e vino è lontano parente del malato immaginario di Moliere?!

    • Direi che il familiare di JA più probabile come modello dei suoi personaggi ipocondriaci sia stata la madre. Nelle lettere ci sono moltissimi accenni alle sue malattie:

      “la Mamma ha cominciato a risentire dello strapazzo e della fatica di un viaggio così lungo, ed è stata molto indisposta con quel particolare genere di evacuazione che generalmente precede i suoi malesseri” (1798)

      “Ieri pomeriggio la mamma ha fatto la sua entrée nel soggiorno tra folle di spettatori adoranti, e abbiamo bevuto il tè tutti insieme per la prima volta dopo cinque settimane. Ha passato una notte discreta, e ha promesso di proseguire oggi nella stessa brillante linea di condotta.” (1798)

      “La Mamma prosegue bene, appetito e sonno sono ottimi, ma gli Intestini non sono ancora completamente a posto, e talvolta si lamenta dell’Asma, dell’Idropisia, di Acqua nei Polmoni e di Disturbi al fegato.” (1798)

      “Sta discretamente bene – tutto sommato meglio di qualche settimana fa. Ti avrà detto lei stessa che al momento soffre di una terribile raffreddore di testa; ma io non provo molta compassione per i raffreddori di testa senza febbre o mal di gola.” (1799)

      “Ho lasciato la Mamma in buona salute quando sono partita, e l’ho lasciata con ordini rigorosi affinché continuasse così.” (1800)

      “Salvo un lieve raffreddore, la Mamma sta molto bene; da quando siamo arrivate qui non ha più avuto né febbre né disturbi biliari.” (1801)

      “adesso è molto probabile che ci sarà una giornata umida – e benché sia domenica, la Mamma la inizia senza nessun malanno.” (1808)

      “La scorsa settimana la Mamma è stata per uno o due giorni molto indisposta, per una ricaduta in uno dei suoi vecchi malanni – ma non è durato a lungo, e sembra che non abbia lasciato strascichi.” (1809)

      “Spero che a questo punto tu l’abbia ricevuta e che vi abbia trovate tutte bene, con la Mamma non più bisognosa di Sanguisughe.” (1813)

      “Mi dispiace che la Mamma non sia stata bene, e temo che questo tempo squisito sia troppo bello per piacerle.” (1815)

      Il fatto poi che sia morta a quasi novant’anni fa pensare a malattie più immaginarie che reali.

  3. Ho ritrovato il passo: “Lo zio Charles… ha la noiosa tendenza a sentirsi indisposto” (L: a Carolina del 23.1.1817) ma certo, lo scettro degli ipocondriaci va alla cara Mrs Austen!

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